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Common – Can i borrow a dollar

Bentornati al nostro 6° appuntamento. Partiamo subito con “Can i borrow a dollar” di Common, uscito nel 1992. L’album d’esordio del rapper conscious per eccellenza, in realtà è abbastanza slegato dalla consapevolezza che impregnerà i testi del rapper di Chicago da “Resurrection” in poi. Il suo obiettivo qui era solo mettere il proprio nome sulla mappa, facendo grandi pezzi e mettendo in mostra quelle doti che lo hanno reso un degli M.C più longevi di sempre. Ecco la musica è la grande protagonista, samples, tastiere e break classici si incastrano perfettamente con lo stile del nostro grazie al grande contributo di No.I.D. (qui ancora si faceva chiamare Immenslope) Pompatevi“Take It EZ”, “Breaker 1/9” e “Just in the Nick of Rhyme” se non lo avete mai fatto.

Edoardo Bennato – Edo Rinnegato

Nel 1990 Edoardo Bennato si chiude 8 giorni in studio con la sua chitarra Eko 12 corde, un armonica, qualche tamburello e un paio di amici. Pochi mesi dopo esce questo “Edo Rinnegato” che non è una semplice raccolta dei suoi successi. Sono le sue canzoni migliori rivisitate in chiave acustica in studio, in presa diretta, che è la dimensione che più rende l’idea di questo poliedrico, contraddittorio e stralunato artista. Parte “Venderò” e capisci la magia è lì, intatta e tangibile. Anche la copertina disegnata dallo stesso Bennato è altrettanto magica. Se mi chiedessero un disco da cui partire per capire la forza di questo artista, gli direi di partire da qui.

Weather Report – Black Market

A proposito di artisti e dischi che ti fanno esclamare “ma come diamine fanno?” “Black Market” è il mio disco preferito dei Weather Report e devo dire che per me è difficilissimo scegliere tra la loro discografia. Ma qui c’è proprio la magia. 1976. La formazione è quella da Dream Team con Wayne Shorter, Alex Acuna, Jaco Pastorius, Joe Zawinul e Chester Thompson. La musica, io non lo so se è jazz, fusion, rock, progressive o quello che volete voi, è tipo un qualcosa che metti su il disco, chiudi gli occhi e voli. E poi dopo quelli che al tuo cervello sono sembrati un centinaio di secondi ed invece sono venti minuti devi già cambiare lato.

Masta Ace Incorporated

Il disco del giorno è “Slaughtahouse”, primo album uscito a nome Masta Ace Incorporated, nel 1993. Masta Ace, leggendario M.C. della Juice Crew, è uno dei migliori scrittori nella storia del rap, ancora oggi in attività ed in piena forma. Qui era all’apice della sua forma ed insieme a Lord Digga, Ice U Rock e la bravissima Paula Perry, formò un gruppo di lavoro irripetibile, che lo portò a partorire uno dei dischi migliori di quella stagione d’oro del rap. Cupo e underground come New York imponeva, ma al tempo stesso originale in ogni aspetto, dal flow alla produzione. Ogni beat è un mattone. Ogni cantato è perfetto. Ogni rima è da studiare al rallentatore, aggressività e liricismo fusi all’ennesima potenza.

Esther Phillips – All About

Uscito nel 1978. Questo è per me il disco che chiude la stagione d’oro di Esther Phillips, una delle voci più incredibili e originali di sempre. Tra il 1971 ed il 1978, fu super produttiva e ispirata, sfornando anche più di un disco l’anno. Pescate a caso un disco di questa incredibile e tormentata cantante soul e vi ritrovate, senza ombra di dubbio tra le mani un capolavoro. Questo, assieme ad “Alone Again” è il mio album preferito, con musicisti eccezionali (alla batteria c’è Harvey Mason). Melodie strazianti, riff funk ad alleggerire il soul e il blues che pervade tutta la sua musica. La traccia regina del disco è per me “There You Go Again” stilosissima, con un lungo intro parlato.

Elvin Jones

Un disco interessante per te, beatmeker, “Brother John” di Elvin Jones, uscito nel 1982.
Non solo un musicista jazz, ma uno dei più grandi batteristi della storia della musica in generale, che ha influenzato tantissimi artisti e ha messo il suo marchio su alcuni grandi capolavori.
Negli anni sessanta fu membro del John Coltrane Quartet, ed è sua la batteria su “A Love Supreme”.
In questo disco assembla una formidabile sezione ritmica assieme al bassista Reggie Workman, ed è aiutato dal pianista Kenny Kirkland e da Pat LaBarbera al sax.
Proprio quest’ultimo è l’altro grande protagonista dell’album apparendo in perfetta forma, con uno stile influenzato da Coltrane ma non derivativo.
Ovviamente ci sono tanti assoli di batteria interessanti per un disco che rivela ancora una volta tutta la grandezza di Elvin Jones.

Iomos Marad – Deep Rooted

A hidden gem of the underground rap of the early 2000s introduces the second post of this column. If you know (and love) J-Live, Lone Catalysts and All Natural this album will simply drive you crazy. The conscious trend of rap in those years expressed some excellences (and many more cliché). On the road of Common, Black Star and Roots, many artists expressed a wider musicality than was the case in the mainstream, accompanying it with messages and texts that induced listeners to reflect. Iomos Marad in 2003 made a masterpiece. Part of the production was entrusted to Dug Infinite, a name that will appear unknown to most, but which in Chicago is actually considered a master and pioneer of the beatmaking. He produced Common, Masta Ace, Baby Bam of the Jungle Brothers, co-produced many tracks for No. ID, and is the mentor of a certain Kanye West. But the undisputed protagonist is Iomos Marad, liquid flow, musicality, soul, great refrains. One of those spells that only happen once in an artist’s career.

Ami Shavit

A name that should not remain unknown to fans of electronics and experimental music is that of Ami Shavit. An established Israeli artist and professor of philosophy and art, Ami’s main focus was on technology-related art; in particular being able to insert an emotional space into something mechanical. A great collector of synthesizers, he has tried to combine his love for Tangerine Dream and Philip Glass with the interest in the biofeedback technique, a process in which technology is used to transmit information on the functions of the body to allow a change in physiological activity in order to manipulate it. Along with understanding the alpha brain wave, Ami embarked on an experiment with what he called “Alpha Mood”, a state in which the brain works in relaxation and in which it used music as a means of inducing a meditative state.

Lavern Baker

One of the singers who favored the transition from jazz to rhythm and blues was Lavern Baker, who in 1956 made a beautiful debut album. An artist with a tormented history, he had a long history of lawsuits and unpaid royalties. She lived 22 years in a naval base in the Philippines where she was treated for pneumonia after a trip to Vietnam, organizing shows and performing herself. In 1992 both legs were amputated because of diabetes, but she continued to perform until the end of her days with her powerful and nuanced voice.

Iomos Marad – Deep Rooted

A introdurre il secondo post di questa rubrica è una gemma nascosta del rap underground dei primi anni 2000. Se conoscete (e amate) J-Live, i Lone Catalysts e gli All Natural questo album vi farà semplicemente impazzire. Il filone conscious del rap in quegli anni espresse alcune eccellenze (e tante semi-copie cliché). Sulla scia di Common, Black Star e Roots, tanti artisti espressero una musicalità più ampia di quanto avveniva nel mainstream, accompagnandola con messaggi e testi che inducevano alla riflessione gli ascoltatori. Iomos Marad nel 2003 fece un capolavoro. Parte della produzione fu affidata a Dug Infinite, un nome che ai più apparirà sconosciuto, ma che in realtà a Chicago è considerato un maestro e pioniere del beatmaking. Ha prodotto Common, Masta Ace, Baby Bam dei Jungle Brothers, coprodotto tante tracce per No. ID, ed è il mentore di un certo Kanye West. Ma il protagonista indiscusso è Iomos Marad, flow liquido, musicalità, soul, grandi ritornelli. Una di quelle magie che capitano una volta sola nella carriera di un artista.

Ami Shavit

Un nome che non dovrebbe restare sconosciuto agli appassionati di elettronica e musica sperimentale è quello di Ami Shavit. Artista Israeliano affermato, nonché professore di filosofia e arte, il focus principale di Ami era l’arte che riguardava la tecnologia; in particolare essere in grado di inserire uno spazio emotivo in qualcosa di meccanico. Grande collezionista di sintetizzatori, ha cercato di combinare il suo amore per Tangerine Dream e Philip Glass con l’interesse per la tecnica del biofeedback, un processo in cui la tecnologia viene utilizzata per trasmettere informazioni sulle funzioni del corpo per consentire un cambiamento dell’attività fisiologica al fine di manipolarla. Insieme alla comprensione dell’onda cerebrale alfa, Ami ha intrapreso un esperimento con quello che ha chiamato “Alpha Mood”, uno stato in cui il cervello lavora in rilassamento e in cui ha usato la musica come mezzo per indurre uno stato meditativo.

Lavern Baker

Una delle cantanti che favorirono la transizione dal jazz al rhythm and blues fu Lavern Baker, che nel 1956 fece un album di debutto bellissimo. Artista dalla storia tormentata, ebbe una lunga storia di cause legali e royalties non pagate. Rimase a vivere 22 anni in una base navale nelle Filippine dove si curava una polmonite presa dopo un viaggio in Vietnam, organizzando spettacoli ed esibendosi lei stessa. Nel 1992 le vennero amputate entrambe le gambe a causa del diabete, ma continuò ad esibirsi fino alla fine dei suoi giorni con la sua voce potente e piena di sfumature.

Too Short – Short Dog’s In The House

Let’s start immediately with Too Short’s “Short Dog’s In The House”, released in 1990. The Bay Area rapper is a pioneer who influenced many M.C. came after him, with his Pimp style and the great musicality of his beats. This is one of the first albums in which the 808 and 909, classics of his production style, are combined with samples, breaks and classic funk riffs resonated by musicians in the studio. Driven by the single “The Ghetto” (which will live a second youth after being included in GTA San Andreas) the album is an essential document of the sound of the west coast during the Golden Age!

Pino Daniele – Nero a metà

At 24 years old, Pino Daniele’s talent is in his best shape. We are wrong if we think that this album is the expressive peak of a single artist, immersed in his own intimate inspiration, because Pino Daniele was truly the leader of a musical movement. Everyone participates in the perfect success of this milestone, with a passion that generally is dedicated only to a disc that bears the own name on the cover. Soon in the studio, everyone breaths air of a masterpiece and jumps for being there, even if only marginally (like Enzo Avitabile who does the choruses of “I like it like me or blues”) and James Senese, Tony Cercola, Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo. All of them offer their best to “Nero a metà”. Dwelling on individual songs is really useless, in this record we can listen to blues, funk, jazz, world music and Neapolitan tradition, and for sure this is one of the great classics of Italian music.

The Lovely Bad Things

The raw energy of Surf and Punk music, a lo-fi attitude and a great love for the Pixies and for Star Wars. Combining all these factors together, plus a personality capable of making this mix of elements explosive and credible, you obtain the album of the day, the debut of The Lovely Bad Things, “The late great whatever”, released in 2013 for Volcom Entertainment.

Too Short – Short Dog’s In The House

Il disco del giorno è “Short Dog’s In The House” di Too Short, uscito nel 1990. Il rapper della Bay Area è un pioniere che ha influenzato moltissimi M.C. venuti dopo di lui, col suo stile da Pimp e con la grande musicalità dei suoi beats. Questo è uno dei primi album in cui alla 808 e alla 909, classiche del suo stile di produzione, vengono abbinati samples, breaks e classici riff funk risuonati da musicisti in studio. Trainato dal singolo “The Ghetto” (che vivrà una seconda giovinezza dopo essere stato inserito in GTA San Andreas) l’album è un documento imprescindibile del sound della west coast durante la Golden Age!

Pino Daniele – Nero a metà

A ventiquattro anni il talento di Pino Daniele è all’apice della sua forma. Sbagliamo però se pensiamo che questo album sia la vetta espressiva di un solo artista, immerso nella propria intima ispirazione. Perché Pino Daniele era davvero la punta di diamante di una corrente musicale. Ed alla perfetta riuscita di questa pietra miliare partecipano tutti, con un trasporto che in genere si dedica solo a un disco che porti il proprio nome in grande sulla cover. Presto in studio si intuisce che tira aria di capolavoro e tutti fanno i salti mortali per esserci, anche se solo marginalmente (come Enzo Avitabile che fa i cori di “A me me piace ‘o blues”) e James Senese, Tony Cercola, Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo, offrono il meglio di loro stessi a “Nero a metà”. Soffermarsi sui singoli brani è davvero inutile, tra blues, funk, jazz, world music e tradizione napoletana, questo è uno dei grandi classici della musica italiana.

The Lovely Bad Things

L’energia grezza del surf e del punk, attitudine lo-fi ed un grande amore per i Pixies e per Star Wars. Combinate insieme tutti questi fattori più una personalità in grado di far risultare esplosivo e credibile questo mix di elementi ed avete il disco del giorno, l’esordio dei The Lovely Bad Things, “The late great whatever”, uscito nel 2013 per Volcom Entertainment.