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Masta Ace Incorporated

Il disco del giorno è “Slaughtahouse”, primo album uscito a nome Masta Ace Incorporated, nel 1993. Masta Ace, leggendario M.C. della Juice Crew, è uno dei migliori scrittori nella storia del rap, ancora oggi in attività ed in piena forma. Qui era all’apice della sua forma ed insieme a Lord Digga, Ice U Rock e la bravissima Paula Perry, formò un gruppo di lavoro irripetibile, che lo portò a partorire uno dei dischi migliori di quella stagione d’oro del rap. Cupo e underground come New York imponeva, ma al tempo stesso originale in ogni aspetto, dal flow alla produzione. Ogni beat è un mattone. Ogni cantato è perfetto. Ogni rima è da studiare al rallentatore, aggressività e liricismo fusi all’ennesima potenza.

Esther Phillips – All About

Uscito nel 1978. Questo è per me il disco che chiude la stagione d’oro di Esther Phillips, una delle voci più incredibili e originali di sempre. Tra il 1971 ed il 1978, fu super produttiva e ispirata, sfornando anche più di un disco l’anno. Pescate a caso un disco di questa incredibile e tormentata cantante soul e vi ritrovate, senza ombra di dubbio tra le mani un capolavoro. Questo, assieme ad “Alone Again” è il mio album preferito, con musicisti eccezionali (alla batteria c’è Harvey Mason). Melodie strazianti, riff funk ad alleggerire il soul e il blues che pervade tutta la sua musica. La traccia regina del disco è per me “There You Go Again” stilosissima, con un lungo intro parlato.

Elvin Jones

Un disco interessante per te, beatmeker, “Brother John” di Elvin Jones, uscito nel 1982.
Non solo un musicista jazz, ma uno dei più grandi batteristi della storia della musica in generale, che ha influenzato tantissimi artisti e ha messo il suo marchio su alcuni grandi capolavori.
Negli anni sessanta fu membro del John Coltrane Quartet, ed è sua la batteria su “A Love Supreme”.
In questo disco assembla una formidabile sezione ritmica assieme al bassista Reggie Workman, ed è aiutato dal pianista Kenny Kirkland e da Pat LaBarbera al sax.
Proprio quest’ultimo è l’altro grande protagonista dell’album apparendo in perfetta forma, con uno stile influenzato da Coltrane ma non derivativo.
Ovviamente ci sono tanti assoli di batteria interessanti per un disco che rivela ancora una volta tutta la grandezza di Elvin Jones.

Iomos Marad – Deep Rooted

A introdurre il secondo post di questa rubrica è una gemma nascosta del rap underground dei primi anni 2000. Se conoscete (e amate) J-Live, i Lone Catalysts e gli All Natural questo album vi farà semplicemente impazzire. Il filone conscious del rap in quegli anni espresse alcune eccellenze (e tante semi-copie cliché). Sulla scia di Common, Black Star e Roots, tanti artisti espressero una musicalità più ampia di quanto avveniva nel mainstream, accompagnandola con messaggi e testi che inducevano alla riflessione gli ascoltatori. Iomos Marad nel 2003 fece un capolavoro. Parte della produzione fu affidata a Dug Infinite, un nome che ai più apparirà sconosciuto, ma che in realtà a Chicago è considerato un maestro e pioniere del beatmaking. Ha prodotto Common, Masta Ace, Baby Bam dei Jungle Brothers, coprodotto tante tracce per No. ID, ed è il mentore di un certo Kanye West. Ma il protagonista indiscusso è Iomos Marad, flow liquido, musicalità, soul, grandi ritornelli. Una di quelle magie che capitano una volta sola nella carriera di un artista.

Ami Shavit

Un nome che non dovrebbe restare sconosciuto agli appassionati di elettronica e musica sperimentale è quello di Ami Shavit. Artista Israeliano affermato, nonché professore di filosofia e arte, il focus principale di Ami era l’arte che riguardava la tecnologia; in particolare essere in grado di inserire uno spazio emotivo in qualcosa di meccanico. Grande collezionista di sintetizzatori, ha cercato di combinare il suo amore per Tangerine Dream e Philip Glass con l’interesse per la tecnica del biofeedback, un processo in cui la tecnologia viene utilizzata per trasmettere informazioni sulle funzioni del corpo per consentire un cambiamento dell’attività fisiologica al fine di manipolarla. Insieme alla comprensione dell’onda cerebrale alfa, Ami ha intrapreso un esperimento con quello che ha chiamato “Alpha Mood”, uno stato in cui il cervello lavora in rilassamento e in cui ha usato la musica come mezzo per indurre uno stato meditativo.

Lavern Baker

Una delle cantanti che favorirono la transizione dal jazz al rhythm and blues fu Lavern Baker, che nel 1956 fece un album di debutto bellissimo. Artista dalla storia tormentata, ebbe una lunga storia di cause legali e royalties non pagate. Rimase a vivere 22 anni in una base navale nelle Filippine dove si curava una polmonite presa dopo un viaggio in Vietnam, organizzando spettacoli ed esibendosi lei stessa. Nel 1992 le vennero amputate entrambe le gambe a causa del diabete, ma continuò ad esibirsi fino alla fine dei suoi giorni con la sua voce potente e piena di sfumature.

Too Short – Short Dog’s In The House

Il disco del giorno è “Short Dog’s In The House” di Too Short, uscito nel 1990. Il rapper della Bay Area è un pioniere che ha influenzato moltissimi M.C. venuti dopo di lui, col suo stile da Pimp e con la grande musicalità dei suoi beats. Questo è uno dei primi album in cui alla 808 e alla 909, classiche del suo stile di produzione, vengono abbinati samples, breaks e classici riff funk risuonati da musicisti in studio. Trainato dal singolo “The Ghetto” (che vivrà una seconda giovinezza dopo essere stato inserito in GTA San Andreas) l’album è un documento imprescindibile del sound della west coast durante la Golden Age!

Pino Daniele – Nero a metà

A ventiquattro anni il talento di Pino Daniele è all’apice della sua forma. Sbagliamo però se pensiamo che questo album sia la vetta espressiva di un solo artista, immerso nella propria intima ispirazione. Perché Pino Daniele era davvero la punta di diamante di una corrente musicale. Ed alla perfetta riuscita di questa pietra miliare partecipano tutti, con un trasporto che in genere si dedica solo a un disco che porti il proprio nome in grande sulla cover. Presto in studio si intuisce che tira aria di capolavoro e tutti fanno i salti mortali per esserci, anche se solo marginalmente (come Enzo Avitabile che fa i cori di “A me me piace ‘o blues”) e James Senese, Tony Cercola, Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo, offrono il meglio di loro stessi a “Nero a metà”. Soffermarsi sui singoli brani è davvero inutile, tra blues, funk, jazz, world music e tradizione napoletana, questo è uno dei grandi classici della musica italiana.

The Lovely Bad Things

L’energia grezza del surf e del punk, attitudine lo-fi ed un grande amore per i Pixies e per Star Wars. Combinate insieme tutti questi fattori più una personalità in grado di far risultare esplosivo e credibile questo mix di elementi ed avete il disco del giorno, l’esordio dei The Lovely Bad Things, “The late great whatever”, uscito nel 2013 per Volcom Entertainment.