The Roots

“Undun” dei The Roots, uscito nel 2011. Il lavoro è strutturato come un concept album, costruito sulla vita di un ragazzo (Redford Stephens) cresciuto nei ghetti statunitensi. Secondo molti siamo al cospetto della migliore band degli ultimi vent’anni, in grado di trascendere i generi come pochi altri e di far confluire nel proprio sound Coltrane, l’elettronica, il soul più classico e i Led Zeppelin. Con un tiro che, diciamocelo pure apertamente, la maggior parte delle band rock si possono solo sognare. Ecco secondo me questo è l’ultimo capolavoro di un gruppo, che in fondo è autenticamente Hip Hop, grazie a uno dei primi 5 rapper della storia come Black Thought – che qui sfodera una prova di scrittura eccezionale – e al genio di ?uestlove, batterista e producer dal talento incredibile. Canzoni coerenti eppure diverse tra loro per un gran viaggio musicale.

Donovan

“Open Road” di Donovan. Siamo nel 1970, il glam rock comincia a prendere piede e Donovan, che di questo sottogenere è stato uno dei principali ispiratori, ci si adatta e lo amalgama al suo stile con ottimi risultati. Basti pensare all’iniziale “Changes”, rock facile e trascinante, bellissimo riff di chitarra e l’inconfondibile vocalità di Donovan, che si riscontra anche in canzoni come “People Used To”, “Song For John”, “Riki Tiki Tavi”, vagamente isterica ed irresistibile, un’incalzante e sardonica “Poke At The Pope” e il languore indolente di “Clara Clairvoyant”, scandita da fraseggi blues ed un refrain potente e psichedelico.

Bachi da pietra

L’ultima gemma di oggi è “Necroide” dei Bachi Da Pietra, uscito nel 2015 per La Tempesta/Tannen. Il processo evolutivo partorisce titoli imprevisti come “Tarli mai” e persino divertenti e geniali come “Slayer & The Family Stone”. Succi è stupefacente nel passare da un registro vocale all’altro, muovendosi senza problemi fra un falsetto e uno scream, le chitarre macinano alla grande, il drumming è a dir poco granitico. La nuova veste funziona, magari le scelte sonore risultano più “già sentite” rispetto al malessere che trasudava dai primi dischi, decisamente più personali e particolari, ma è una trasmutazione necessaria, per evitare di ripetere sé stess, e confermarsi protagonisti musicalmente singolari nel panorama indipendente italiano.